Recalcati: “I figli non sono viti storte da raddrizzare”

 Massimo Recalcati chiude i dialoghi di Repubblica delle Idee

“Cosa significa amare un figlio” incontro nel cortile di Palazzo Reale con lo psicanalista e con la scrittrice napoletana Valeria Parrella

“Il nostro tempo é il tempo di Telemaco. I figli si devono mettere in moto per riportare la legge a Itaca. Il vero viaggio non è quello dei padri. Il ruolo dei genitori è solo dare fiducia”. Un mondo di figli che non devono essere “viti storte da raddrizzare”, ma uomini e donne fatti di “debolezze e stramberie in cui credere”.

IIncanta Napoli lo psicanalista Massimo Recalcati, che parla di “genitorialità”, di “presenza”, di “dono della parola” e di “coraggio dell’abbandono”.

Nell’ultimo dei Dialoghi di Repubblica delle Idee si discute su “Cosa significa amare un figlio” con Massimo Recalcati e Valeria Parrella, con la guida di  Laura Pertici.

Apre l’incontro la scrittrice napoletana, Valeria Parella: “Un figlio si ama senza accorgersene”. Per la Parrella si ama un figlio nell’ “assenza” e nella “distrazione” e legge alcuni brani di “Spazio bianco” e “Tempo di imparare”.

Poi la parola passa a Recalcati. Nel cortile di Palazzo Reale, nonostante l’ora pomeridiana e il caldo, è tutto esaurito. In tanti seguono l’incontro in piedi, poggiati al colonnato.

“Coloro che pensano di amare un figlio non sono nella migliore posizione. I peggiori genitori sono quelli che ritengono di essere bravi genitori. La psicanalisi, non a caso, nutre molti dubbi sugli educatori di professione. Insomma, diciamola in un altro modo, più diretto: i migliori sono quelli che hanno percezione dell’impossibilità di essere genitori». Recalcati conquista subito l’attenzione e la fiducia del pubblico.
“La vita di un genitore si può scandire in due tempi — continua lo psicanalista — C’è il tempo della presenza e dell’assenza. Quando un bambino nasce c’è il grido, un grido a cui il genitore deve rispondere con l’offerta della presenza illimitata. Quando si assiste alla nascita di un figlio non si assiste solo a una vita che viene al mondo, ma al mondo che nasce una seconda volta. Quel grido é una domanda d’amore. Il bambino vuole sapere che è venuto al mondo è perché è stato voluto».

A questo grido Recalcati risponde con l’assunzione di responsabilità illimitata dei genitori. (“Attenzione i bambini reali sono sempre diversi dai bambini ideali che una mamma si attende”), con l’offerta della presenza, che non è solo “offerta di sé, di un dono, del nutrimento e dell’accudimento, ma che deve essere dono della parola che diventa lievito. Ai bambini bisogna parlare”. E Recalcati racconta l’aneddoto della nipotina di Sigmund Freud che quando va a letto dice alla mamma: “Mamma spegni pure la luce, ma rimani qui e parlami”.

Se l’infanzia è marcata dalla presenza dei genitori che diventano parafulmini delle angosce dei bambini, l’adolescenza è il tempo dell’assenza e Recalcati cita il libro di Michele Serra “Gli sdraiati”.

“I figli possono trovare il loro cammino quando la nostra mano ha la fede sufficiente per perderli”. La platea non trattiene l’applauso. E Recalcati conclude: “Attenzione nessuno ha verità. Non ci sono esperti, ma amare significa donare a lui il nostro ritrarsi è il sacrificio della proprietà. Il dono più grande che possiamo fare ai nostri figli non è dargli tutte le risposte, non è spiegargli il senso della vita, ma dimostrargli, con il nostro esempio quotidiano – e non attraverso la retorica – che la vita ha senso… e mostrare loro tutta la nostra fragilità ».

Recalcati, che non vuole dare insegnamenti chiude però con un consiglio “Il dono più grande della genitorialità è non ricondurre la vita del figlio a uno standard di normalità. Il dono più grande della genitorialita è amare le storture, le bizzarrie. Non raddrizziamo le viti storte,  scommettiamo  tutto  invece sulle diversità. Io genitore voglio che tu sia quello che desideri.

 

( Da Repubblica)

Recalcati: “Ma ciò che conta davvero è l’amore, senza aspettative”

di Massimo Recalcati, la Repubblica, 27 agosto 2014

Il rapporto padre-figlio è stato pensato dopo Freud a partire dalla figura conflittuale di Edipo: oltrepassare il padre o soggiacere al suo dominio? È il punto di snodo che marca il destino di ogni maschio: attività virile o passività femminea? Vincere o cedere al padre? Il rapporto padre-figlia sembra essere stato invece letto principalmente sotto la lente dell’amore. L’identificazione ambivalente verso il padre che caratterizzava il dramma virile di Edipo (essere come lui o contro di lui) lascia il posto alla bambina-Elettra che vuole essere amata incondizionatamente dal padre; l’ambivalenza si trasferirebbe così verso la madre che diviene oggetto di un’intensa relazione di odio e amore mentre il padre tenderebbe a occupare la posizione di oggetto d’amore ideale e irraggiungibile. Questo a sua volta comporterebbe una maggiore difficoltà dei padri stessi ad accettare la separazione e la libertà (intellettuale e sessuale) delle loro figlie. Mentre la separazione dal figlio maschio riflette più coerentemente la condizione del conflitto da cui deriva, la separazione da una figlia appare più contrastata perché implica una perdita amorosa senza ritorno. Studi recenti dimostrerebbero che avere dei padri casalinghi, disponibili alla cura delle cose di casa e alle relazioni affettive — dunque meno idealizzati del padre di Elettra —, faciliterebbe le figlie ad avere futuri meno vincolati agli stereotipi sessisti. Professioni considerate tipicamente maschili diventerebbero accessibili a queste figlie liberate dalla presenza eccessivamente ingombrante di un padre dedito esclusivamente alla sua realizzazione personale.
Agli occhi di uno psicoanalista l’affermazione di nessi stringentemente causali per definire le vicende umane suscitano (sic) sempre un’inevitabile allergia. Il cammino della vita non risponde a leggi deterministiche. Le figlie di padri casalinghi avranno più libertà nel decidere la propria vita professionale? Aver avuto un padre capace di realizzarsi nella vita professionale condizionerebbe la loro possibilità di intraprendere carriere ritenute tipicamente maschili?
Sappiamo come il tempo dell’evaporazione dei padri sia anche il tempo dove le distanze affettive e esistenziali con i propri figli e, soprattutto, con le proprie figlie si sono finalmente ridotte. Un padre casalingo fa allora meno danni di un padre concentrato sulla sua realizzazione professionale? Un padre presente è più utile per la crescita di una figlia di un padre assente? L’esperienza clinica mostra che non esistono risposte standard. Sono altre le cose (poche) certe. Un padre e una madre capaci di vivere la propria vita con slancio e generatività il loro lavoro e la loro relazione creano in famiglia quella circolazione di ossigeno di cui si nutre positivamente il desiderio dei loro figli. Un padre e una madre che sanno rinunciare al diritto di proprietà sui loro figli producono un clima positivo di libertà e di rispetto che favorisce la crescita non conformistica dei loro stessi figli. Non è questo forse il dono più grande della genitorialità? Non avere aspettative su di loro, non desiderare che diventino quello che noi abbiamo in mente che debbano diventare, lasciarli liberi di sbagliare e trovare la loro via. Un padre che si dedica alla casa può essere un padre sufficientemente solido come un padre che si consacra alla propria carriera professionale. Non è mai il contenuto di quello che fa a qualificarlo come padre (vi sarebbero allora professioni indegne per un padre? Un padre netturbino sarebbe meno padre di un padre scienziato?), ma solo la forza etica della sua testimonianza singolare. Ci sono padri-casalinghi o padri-mammi, assai frequentemente esperti in “educazione”, che sarebbe davvero meglio non incontrare mai e padri impegnati nella loro vita che offrono silenziosamente un modello identificatorio significativo ai loro figli. Ma, certamente, vale anche il caso contrario. La vera discriminante resta l’esistenza dell’amore come dono privo di contropartite, in perdita assoluta. È solo questo dono che spezza gli stereotipi sessisti perché lascia davvero liberi i nostri figli e, soprattutto, le nostre figlie, di essere quello che davvero desiderano.

 

(Da Repubblica)