Adolescenti e dipendenze da tecnologia

Written by Dott.ssa D.Grattagliano

L’adolescenza è un momento delicato dello sviluppo di ogni persona, è una fase del ciclo vitale in cui l’identità personale è chiamata ad affrontare importanti trasformazioni sul piano dell’immagine del sé, del rapporto con i genitori, del rapporto con gli altri, dell’identità di genere in connessione alla maturazione sessuale.

La definizione del periodo puberale come periodo di massima vulnerabilità e fragilità in un certo senso legittima la ricerca da parte dell’adolescente di un elemento, che può provenire dall’interno, ma più frequentemente dall’esterno, che possa restituirgli l’omeostasi perduta. Là dove questo elemento riesce a fornire il supporto emotivo/affettivo perduto, si potrebbero produrre le condizioni atte a creare una situazione di dipendenza/sudditanza dalla fonte di tale ritrovato benessere.

Il concetto di dipendenza patologica non si riferisce esclusivamente all’assunzione di sostanze psicoattive, ma a tutte quelle attività che determinano l’instaurarsi di relazioni problematiche, dando maggiore risalto ai processi mentali coinvolti in tali relazioni disturbate.
L’oggetto della dipendenza è nella maggior parte dei casi socialmente accettato (fumo, shopping, internet) o come nel caso del cibo, ad una attività biologicamente primaria.

La tendenza a sviluppare comportamenti di dipendenza in adolescenza sembra essere rinforzata da quella particolare propensione cognitivo-affettiva che tende all’immediatezza e all’istantaneità così caratteristiche di questa fase della vita. Nella sua spasmodica ricerca di emozioni e sensazioni nuove l’adolescente fa spesso esperienza di un bisogno e di un desiderio non procrastinabili: l’impulsività che lo spinge a raggiungere la massima gratificazione possibile nel tempo più breve possibile (tutto e subito) l’insicurezza e il desiderio di trasgredire le regole per affermarsi come persone autonome e relativamente indipendenti dai genitori e l’emulazione dei coetanei sono spesso alla base delle prime forme precoci di dipendenza.

Una  forma di dipendenza comportamentale maggiormente rilevanti in adolescenza sono le dipendenze da tecnologia, quelle dipendenze legate ad una eccessiva interazione uomo-macchina (Griffiths, 1995).
Le tecnologie tradizionali semplificavano e rendevano più efficace il lavoro fisico; le nuove tecnologie dilatano la realtà quotidiana su potenziali “regni virtuali”, mentre la mente umana, direttamente e indirettamente, si modifica e modifica le proprie capacità sensoriali.

Le dipendenze tecnologiche possono essere sia passive che attive e in genere hanno le proprietà di induzione e di rinforzo che favoriscono tendenze alla dipendenza; risultano agevolate dall’innovazione tecnologica e dalla nuova civiltà, che da una parte genera stress, vuoto e noia e, dall’altra, stimola la tendenza all’immediata gratificazione, fornendo strumenti sempre più adeguati, ma potenzialmente patogeni (Alonso-Fernandez, 1999).

Si pensi per esempio ad internet, che non solo è un utile strumento di comunicazione, ma che può anche essere definito in diversi modi, a seconde del particolare significato che riveste per ciascun individuo: strumento di lavoro, di svago, di socializzazione; inoltre può assumere il valore di un mondo parallelo o alternativo a quello reale nel quale il soggetto ritiene di potersi esprimere meglio, in quanto protetto dall’anonimato.

Nelle dipendenze da tecnologia vengono incluse una serie di attività, quali guardare la televisione, usare il computer e internet, giocare ai videogiochi, usare il cellulare e le linee telefoniche erotiche.
Mi soffermo a considerare la dipendenza da internet. È un fatto ormai assodato che l’uso eccessivo della rete porta progressivamente a difficoltà soprattutto nell’area relazionale dell’individuo, sia familiare che scolastica, cosicché il soggetto viene assorbito totalmente dalla sua esperienza virtuale, restando “agganciato alla rete” (Cantelmi et. All 2000) e rischiando anche gravi episodi dissociativi.

La dipendenza dalla rete passa attraverso fasi. La fase iniziale, tossicofilica, è caratterizzata da un’attenzione eccessiva per la mail box, una polarizzazione ideo-affettiva su temi inerenti la rete, un incremento del tempo di permanenza on line con difficoltà a sospenderla, intensa partecipazione a chat e newsgroup, collegamenti notturni e perdita di sonno. La seconda fase,tossicomanica, è correlata a fenomeni psicopatologici; è caratterizzata dall’incontro con i MUD e da collegamenti  così prolungati da compromettere la vita sociale.

Alcune caratteristiche, quali l’anonimato e l’assenza di vincoli spazio-temporali, creano uno spazio psicologico in cui il soggetto può proiettare i propri vissuti e le proprie fantasie, contribuendo allo sviluppo di una vera e propria dipendenza dal mondo virtuale (Del Miglio, Corbelli, 2003). In particolare l’adolescente, avendo un’identità ancora fluida sente il bisogno di rifuggire da una definizione di sé e l’utilizzo di internet e di uno pseudonimo gli consentono di creare una “persona on line”una maschera” che costituisce l’interfaccia fra sé e la società.

Questa possibilità se da un lato può aiutare l’adolescente a elaborare la sua identità, dall’altro può anche “alienarlo” in una serie di sé parziali ambivalenti e contraddittori che non riesce a sintetizzare.
Fondamentale è il ruolo della famiglia di un adolescente a rischio dipendenza. Bassi livelli di monitoraggio parentale, inconsistenza della disciplina e scarso supporto sociale sono associati a comportamenti di dipendenza e altri comportamenti a rischio. É una variabile rilevante il supporto genitoriale: la disponibilità ad ascoltare e a condividere i problemi dei figli durante tutto il percorso dello sviluppo dell’adolescenza. La percezione di poter contare su relazioni familiari stabili e affidabili incide positivamente sull’immagine di sé e ha una funzione protettiva sulle condotte devianti o su comportamenti che possono essere un pericolo per la salute fisica dell’adolescente.

http://www.psichiatrianapoli.it/articoli/82-psicologia/102-adolescenti-e-dipendenza-da-tecnologie.html

Recalcati e le madri: “Le loro mani ci salvano dal vuoto, il loro sorriso ci apre al mondo”

“La Repubblica”

Luci. Ma la psicanalisi, dice Recalcati, troppo spesso si dimentica delle luci, concentrandosi ad analizzare esclusivamente gli aspetti negativi di questo rapporto. Proprio per questo, lo scrittore decide di partire dalle luci, la prima delle quali è rappresentata proprio dalle ‘mani’. “Mi sono chiesto perché dopo tanti anni non avessi dimenticato quella scena, vista solo una volta. La risposta che mi sono dato è che in questa scena noi vediamo qualcosa di essenziale della vita materna: evitare che la vita cada nel vuoto, sorreggere il peso della vita per impedire che precipiti nel non senso”.  Freud, sottolinea lo psicanalista, definisce la madre primo soccorritore: un termine con cui definiamo ‘l’altro’ che risponde alla nostra richiesta di presenza.
La madre, quindi, non è l’utero, dice Recalcati, ma è chi risponde alla nostra domanda di aiuto. Diventare madre non è esperienza esclusivamente corporea: “L’evento della generazione è sempre un evento della parola, che è già nelle mani della madre, nei primi gesti che scambia con il figlio”.

C’è poi un’altra luce, quella del volto. “C’è un tempo della nostra vita in cui nessuno di noi sa come è fatto e quale è la sua immagine. Il processo di riconoscimento avviene attraverso lo sguardo dell’altro, come dire che il volto dell’altro è il primo vero specchio”. Se lo sguardo dell’altro risponde al nostro con una smorfia o un gesto di disappunto, spiega Recalcati, il riconoscimento di noi stessi non potrà mai essere amabile. “Il vero specchio, quindi, è il volto della madre: se questo è un volto disteso, aperto, anche il mondo sarà per il bambino sufficientemente aperto. Una madre buona non è quella che non sbaglia nei suoi comportamenti, ma è colei che ha atteso la vita del figlio e che lo fa sentire unico e insostituibile, anche se circondato da fratelli e sorelle”. E proprio l’attesa, per lo psicanalista, è la cifra fondamentale della maternità.

Un elemento accomuna tutte le donne, racconta Recalcati: “Come Maria, che fa esperienza di qualcosa che vive del suo corpo, ma non le appartiene, tutte le madri hanno questa percezione: ospitano e crescono la vita, ma su di essa non hanno alcun diritto”. E ancora: “Tante madri mi hanno raccontato che nel momento del parto c’è un piccolo istante in cui il bambino è in bilico tra dentro e fuori: ebbene, tutte sono concordi nell’avere percepito la sensazione che se non lo avessero lasciato andare, sarebbe morto. Ogni figlio,  in questo senso, è destinato ad essere perduto. Ma questo è il dono della libertà”.

Ombre. Dopo gli aspetti positivi del rapporto materno, Recalcati dedica spazio a quelli che oscurano il legame. “Come abbiamo conosciuto fino a qualche anno fa la figura del padre padrone, che ora è divenuta quella del padre-papy, anche la figura della madre ha cambiato ruolo. La madre coccodrillo  –  quella cioè che fagocitava la donna per lasciare posto esclusivamente alla mamma  – ha ceduto il passo alla madre che vede nel bambino un ostacolo alla sua femminilità, al desiderio di affermazione, alla libertà. Da qui nasce la difficoltà ad accogliere un figlio”. Così, alla presenza troppo presente di madri che invadono e opprimono, si sostituisce un’assenza che rischia di essere troppo assente.

La ricetta con cui Recalcati chiude il suo intervento è  una sintesi, difficile, ma possibile: “La madre deve tentare di tenere insieme la cura particolareggiata per il figlio con il dono della sua assenza”.

                                                                                                                   Articolo tratto da:

“Repubblica delle Idee”

( 7 giugno 2015)